23.5 milioni di euro non sono certo una finanziaria e il beneficio per singola scuola paritaria è ridicolo (da qualche parte si parla di 4 euro a studente, anche se non considera i fondi sbloccati una tantum qua e là negli anni passati -nel 2018 ad esempio furono 500 milioni di euro in una botta sola-).
Ma quindi, perché lo fanno?
Il mantra dei ministri dell'Istruzione degli ultimi vent'anni è sempre lo stesso: perché allo stato costa meno che assorbire gli studenti del privato nel pubblico.
La scuola pubblica conta infatti circa 8 milioni di studenti, mentre la privata circa un milione e al costo medio di 6000 euro se dovessimo assorbirne un milione ciò graverebbe sulle casse di Stato una cifra davvero considerevole.
Certo: 6000 moltiplicato un milione... un per sei... quanti zeri, vediamo...
Ma siamo sicuri che sia un ragionamento giusto?
Pensiamoci un attimo: come si calcola il costo medio a studente della scuola pubblica, secondo voi?
Si prende il costo della didattica (stipendio degli insegnanti, materiali come banchi, computer, libri per la biblioteca degli istituti e costi di manutenzione dell'Istituto) e si divide per il numero di studenti totali, giusto?
Costo didattica (x) fratto numero studenti iscritti (y).
A me nella scuola pubblica, tanti anni fa, hanno insegnato che se vai a aumentare il divisore in una frazione, il quoziente diminuisce. Cioè, se le aule sono già lì, gli insegnanti sono già lì, non devi aggiungere altri istituti perché stiamo parlando di un allievo in più ogni otto, sostanzialmente X non cambia di molto. Cambia solo Y, quindi il costo globale va a dividersi non più per 8 ma per 9 e il risultato è drammaticamente INFERIORE.
Prendiamo per vero che il costo pro capite attuale sia 6000 euro, quindi X/Y=6000.
Sappiamo che Y è 8 milioni, quindi moltiplicandoli per 6000 abbiamo la X: 48 miliardi di euro.
Ora aumentiamo Y da 8 milioni a 9:
48.000.000.000 : 9.000.000 = 5.333 (periodico)
E' meno di 6.000.
Ma metti che aumentando di un allievo per classe (da otto a nove, ricordiamo) serva un banco in più, una sedia in più, nell'aula di informatica serva un PC in più. La differenza coprirebbe abbondantemente la spesa, con 667 euro non ci comprerai un iMac o un banco d'oro massiccio, ma sono spese che fai una tantum. Al secondo anno già li hai.
Vabbè, tutto ciò per dire che cosa?
Niente, che ci lanciano là un dato e noi ce lo beviamo senza farci troppe domande, quando andando a vedere chi davvero beneficia di questi "pochi spiccioli" in barba all'art. 33 della Costituzione scopriremmo che quasi tutte le scuole sono cattoliche.
Non sarà, quindi, un altro bel regalino pubblico all'ospite scomodo, che già ci costa più di un miliardo di euro all'anno solo di 8x1000? Senza contare le esenzioni IMU, le bollette e le tasse che non pagano, gli stipendi dei sacerdoti e la pensione INPS dei medesimi.
Sì, paghiamo noi anche quella.
E allora, dico io, questa miseria di 23,5 milioni all'anno di contributo, non potrebbero dargliela loro?
Sarebbe senz'altro un bel gesto, ecco.

«La politica scolastica del partito clericale non può essere in Italia che una sola: deprimere la scuola pubblica, non far nulla per migliorarla e più largamente dotarla; favorire le scuole private confessionali con sussidi pubblici, e con sedi d'esami, con pareggiamenti; rafforzata a poco a poco la scuola privata confessionale e disorganizzata la scuola pubblica, sopprimere al momento opportuno questa e presentare come unica salvatrice della gioventù quella. Programma terribilmente pericoloso perché non richiede nessuno sforzo di lotta attenta ed attiva ma solo di una tranquilla e costante inerzia, troppo comoda per i nostri burocrati e per i nostri politicanti, troppo facile per l'oligarchia opportunista che ci sgoverna.» |
| (Gaetano Salvemini, Che cosa è la laicità (1907), in Scritti sulla scuola, in Opere, Vol. V, a cura di L. Borghi e B. Finocchiaro, Milano, Feltrinelli, 1969, cit., p. 891) |
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