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sabato 4 luglio 2020

Si torna in classe coi divisori.

Nel 2020, le scuole private hanno visto raddoppiarsi i contributi statali.
23.5 milioni di euro non sono certo una finanziaria e il beneficio per singola scuola paritaria è ridicolo (da qualche parte si parla di 4 euro a studente, anche se non considera i fondi sbloccati una tantum qua e là negli anni passati -nel 2018 ad esempio furono 500 milioni di euro in una botta sola-).
Ma quindi, perché lo fanno?
Il mantra dei ministri dell'Istruzione degli ultimi vent'anni è sempre lo stesso: perché allo stato costa meno che assorbire gli studenti del privato nel pubblico.
La scuola pubblica conta infatti circa 8 milioni di studenti, mentre la privata circa un milione e al costo medio di 6000 euro se dovessimo assorbirne un milione ciò graverebbe sulle casse di Stato una cifra davvero considerevole.
Certo: 6000 moltiplicato un milione... un per sei... quanti zeri, vediamo...

Ma siamo sicuri che sia un ragionamento giusto?

Pensiamoci un attimo: come si calcola il costo medio a studente della scuola pubblica, secondo voi?
Si prende il costo della didattica (stipendio degli insegnanti, materiali come banchi, computer, libri per la biblioteca degli istituti e costi di manutenzione dell'Istituto) e si divide per il numero di studenti totali, giusto?

Costo didattica (x) fratto numero studenti iscritti (y).

A me nella scuola pubblica, tanti anni fa, hanno insegnato che se vai a aumentare il divisore in una frazione, il quoziente diminuisce. Cioè, se le aule sono già lì, gli insegnanti sono già lì, non devi aggiungere altri istituti perché stiamo parlando di un allievo in più ogni otto, sostanzialmente X non cambia di molto. Cambia solo Y, quindi il costo globale va a dividersi non più per 8 ma per 9 e il risultato è drammaticamente INFERIORE. 

Prendiamo per vero che il costo pro capite attuale sia 6000 euro, quindi X/Y=6000.
Sappiamo che Y è 8 milioni, quindi moltiplicandoli per 6000 abbiamo la X: 48 miliardi di euro.

Ora aumentiamo Y da 8 milioni a 9:

48.000.000.000 : 9.000.000 = 5.333 (periodico)

E' meno di 6.000.

Ma metti che aumentando di un allievo per classe (da otto a nove, ricordiamo) serva un banco in più, una sedia in più, nell'aula di informatica serva un PC in più. La differenza coprirebbe abbondantemente la spesa, con 667 euro non ci comprerai un iMac o un banco d'oro massiccio, ma sono spese che fai una tantum. Al secondo anno già li hai.

Vabbè, tutto ciò per dire che cosa?
Niente, che ci lanciano là un dato e noi ce lo beviamo senza farci troppe domande, quando andando a vedere chi davvero beneficia di questi "pochi spiccioli" in barba all'art. 33 della Costituzione scopriremmo che quasi tutte le scuole sono cattoliche.
Non sarà, quindi, un altro bel regalino pubblico all'ospite scomodo, che già ci costa più di un miliardo di euro all'anno solo di 8x1000? Senza contare le esenzioni IMU, le bollette e le tasse che non pagano, gli stipendi dei sacerdoti e la pensione INPS dei medesimi.
Sì, paghiamo noi anche quella.

E allora, dico io, questa miseria di 23,5 milioni all'anno di contributo, non potrebbero dargliela loro?

Sarebbe senz'altro un bel gesto, ecco.



«La politica scolastica del partito clericale non può essere in Italia che una sola: deprimere la scuola pubblica, non far nulla per migliorarla e più largamente dotarla; favorire le scuole private confessionali con sussidi pubblici, e con sedi d'esami, con pareggiamenti; rafforzata a poco a poco la scuola privata confessionale e disorganizzata la scuola pubblica, sopprimere al momento opportuno questa e presentare come unica salvatrice della gioventù quella. Programma terribilmente pericoloso perché non richiede nessuno sforzo di lotta attenta ed attiva ma solo di una tranquilla e costante inerzia, troppo comoda per i nostri burocrati e per i nostri politicanti, troppo facile per l'oligarchia opportunista che ci sgoverna.»

(Gaetano Salvemini, Che cosa è la laicità (1907), in Scritti sulla scuola, in Opere, Vol. V, a cura di L. Borghi e B. Finocchiaro, Milano, Feltrinelli, 1969, cit., p. 891)

venerdì 26 giugno 2020

Tre secondi.

Si osserva, dall'alba del mondo e ancorpiù da quella dei social, questa tendenza di moltissimi miei colleghi fallodotati al voler insegnare alle donne come essere donne. Talvolta pare quasi di assistere a un tutorial, tipo quelli di Aranzulla.
Un po' quello che accade col Black Lives Matter movement, con bianchi della middle class che spiegano ai neri del ghetto come sarebbe meglio fare i neri del ghetto, ma con l'aggravante culturale / religiosa. È noto, infatti, che le Sacre Scritture pongano la donna al di sotto dell'uomo e la collochino in un ruolo ben delineato: fattrice di pargoli e sguattera. Eminenti e illustri personaggi politici (di destra, ma anche della cosiddetta area di centro-sinistra, ma-non-chiamatela-Nuova-DC) partecipano giulivi ai Family Day, dai cui palchi volano invettive contro l'aborto terapeutico, l'autodeterminazione della donna nella società perché "da quando la donna vuol fare carriera le famiglie son devastate e nessuno fa più figli" (sette miliardi a quanto pare è una cifra troppo bassa, dobbiamo assolutamente arrivare a dieci o ci squalificano come specie), si millanta un concorso di colpa nei casi di stupro.
E molte, sotto a quei palchi, sono donne. Donne che ascoltano uomini dire loro come devono fare le donne: non vestirsi in maniera troppo provocante per non incoraggiare i maschi (poverini) a violentarle, che insegnano loro a stare al proprio posto, sottoposte al marito il quale a sua volta ha da rendere conto soltanto a Dio.
Sì, funziona così: alla base della piramide ci son le donne, tutti quelli di pelle diversa e che parlano strano, i cani e qualche altra specie vagamente senziente tipo delfini e cammelli. Poi c'è l'Uomo, marito e pilastro della società, e infine sopra a tutto c'è il Grande Capo (assenteista ma con una squadra di segretari da fare invidia al CEO di Google).
Uomini senza un padrone, uno vero dico, che spiegano alle subalterne come fare le subalterne.

Ecco, io ho rinunciato a ragionare coi miei suddetti colleghi, anche perché è evidente che avrebbero tutto da perdere se ammettessero di essere ciò che sono (dei ripugnanti vili trogloditi usciti dal buco del culo della Storia che faticano molto a rientrarci, ndr ) e lotteranno fino alla morte pur di conservare questo diritto di nascita di presunta superiorità genetica sull'altro sesso. Mi rivolgo quindi alle donne che sono realmente convinte che Dio o chissà quale altra entità cosmica le voglia subalterne agli uomini: cosa vi impedisce di prenderli a calci nei coglioni?
Guardate che è semplice: basta un piede rigido e una gamba funzionante. I coglioni sono proprio lì, nel mezzo all'arcata delle cosce, dove son sempre stati. Non importa la rincorsa, la semplice rotazione del ginocchio sul proprio asse è più che sufficiente a mettere al tappeto un maschio. Ci vuole un attimo, davvero: lo facciamo anche tra noi, quando la situazione lo richiede, da millenni: vuoi neutralizzare un uomo? Calcio nei coglioni. Pém, fatto, fine dei discorsi.

"Perché la donna torni a rivestire il ruolo di Madre e angelo del focol..."

PÈM!
"Se l'è cercata, non si va in giro vestite in quel m..."

PÈM!
"L'aborto è come l'omicid..."
PÈM!

È veramente un attimo, amiche. A volte è davvero soltanto questione di quei tre secondi di coraggio. Trovatelo, so che ne avete. So che avete la forza per fare tutto ciò che serve, perché per millenni avete sopportato cose inenarrabili da parte dei miei colleghi cazzomuniti: stupri, matrimoni riparatori, caccia alle streghe, roghi, veli integrali, impossibilità di votare o di realizzarvi attraverso un lavoro.

Perciò, di fronte a questa miriade di vessazioni durate quanto la storia dell'uomo, che volete che siano tre secondi di coraggio?

Ve lo dico contro il mio stesso interesse, perché se la cosa dovesse prendere piede (sic!) un giorno potrei distrattamente fare un commento infelice su una donna al volante e ritrovarmi coi coglioni fracassati... ma Cristo, me lo meriterei.



La zebra col complesso di inferiorità

 La storia della letteratura è piena di frasi illustri, da Lev Tolstoj a Bertrand Russell passando per Johann Goethe, che esaltano la mente ...