giovedì 16 luglio 2020

Passami lo starter, Jahvè.

Uno degli ultimi baluardi "logici" dei credenti, o per meglio dire appigli, è la creazione della vita sulla Terra. Se non c'è Dio, dicono, come pensate sia nata la vita? La scienza ancora non sa spiegarlo con esattezza e, come è noto, quando c'è una piccola crepa nella Ragione ecco che lì va a insinuarsi la Fede.

Ma, come è prevedibile che sia, è una domanda fallace e basata su presupposti sbagliati. Fa infatti leva sull'idea di Vita che si ha oggigiorno: dici "vita" e l'immagine che viene in mente a chi ti ascolta è quella di un bambino appena nato in braccio alla madre ancora sudata per il parto. Oppure una foresta vergine popolata di Bambi e col Re Leone che innalza il figliolo sulla rupe. The circle of life.
Ma la Vita non è mica sempre stata così, a meno che non si prenda alla lettera la Genesi e vorrei sperare che almeno quella fosse una teoria spernacchiabile, nella seconda metà del 2020. Sì, di creazionisti che pensano che la Terra abbia 5000 anni ne esistono ancora, ma fortunatamente l'evoluzione li sta facendo estinguere (ironia della sorte).
No, la Vita ai suoi albori era qualcosa di molto diverso: organismi unicellulari dispersi in un brodo ribollente che, pian piano e in milioni di anni, hanno imparato a evolversi.
Un neurone e sei vivo, due neuroni e ti muovi... e col movimento accadono cose interessanti. (tratto dal film "Lucy")

Quindi, anche volendo scartare a priori l'idea che quegli organismi unicellulari siano arrivati dallo spazio (e ricordo che alcune spore batteriche sopravvivono anche in quelle condizioni), la cosiddetta panspermia, dovremmo dedurre che se c'è mai stato un Creatore di Vita si sia limitato a dare l'impulso vitale a una singola cellula che poi in milioni di anni è diventata molte cose diverse.

Dio ha dato la vita a una cellula. Bravo, certo, ma non vale questa costante spremitura di cervelli e di Fede che va avanti da millenni, vi pare? Gente imprigionata, arsa viva, città cadute e risorte, crociate, guerre sante... Non mi sembra tutto questo gran gesto, ecco.
Potremmo fare così: gli dedichiamo la Giornata della Prima Cellula Viva, cuciniamo una bestia morta e innalziamo canti al Cielo per tutto il giorno, ma gli altri 364 giorni dell'anno parliamo seriamente.

sabato 4 luglio 2020

Si torna in classe coi divisori.

Nel 2020, le scuole private hanno visto raddoppiarsi i contributi statali.
23.5 milioni di euro non sono certo una finanziaria e il beneficio per singola scuola paritaria è ridicolo (da qualche parte si parla di 4 euro a studente, anche se non considera i fondi sbloccati una tantum qua e là negli anni passati -nel 2018 ad esempio furono 500 milioni di euro in una botta sola-).
Ma quindi, perché lo fanno?
Il mantra dei ministri dell'Istruzione degli ultimi vent'anni è sempre lo stesso: perché allo stato costa meno che assorbire gli studenti del privato nel pubblico.
La scuola pubblica conta infatti circa 8 milioni di studenti, mentre la privata circa un milione e al costo medio di 6000 euro se dovessimo assorbirne un milione ciò graverebbe sulle casse di Stato una cifra davvero considerevole.
Certo: 6000 moltiplicato un milione... un per sei... quanti zeri, vediamo...

Ma siamo sicuri che sia un ragionamento giusto?

Pensiamoci un attimo: come si calcola il costo medio a studente della scuola pubblica, secondo voi?
Si prende il costo della didattica (stipendio degli insegnanti, materiali come banchi, computer, libri per la biblioteca degli istituti e costi di manutenzione dell'Istituto) e si divide per il numero di studenti totali, giusto?

Costo didattica (x) fratto numero studenti iscritti (y).

A me nella scuola pubblica, tanti anni fa, hanno insegnato che se vai a aumentare il divisore in una frazione, il quoziente diminuisce. Cioè, se le aule sono già lì, gli insegnanti sono già lì, non devi aggiungere altri istituti perché stiamo parlando di un allievo in più ogni otto, sostanzialmente X non cambia di molto. Cambia solo Y, quindi il costo globale va a dividersi non più per 8 ma per 9 e il risultato è drammaticamente INFERIORE. 

Prendiamo per vero che il costo pro capite attuale sia 6000 euro, quindi X/Y=6000.
Sappiamo che Y è 8 milioni, quindi moltiplicandoli per 6000 abbiamo la X: 48 miliardi di euro.

Ora aumentiamo Y da 8 milioni a 9:

48.000.000.000 : 9.000.000 = 5.333 (periodico)

E' meno di 6.000.

Ma metti che aumentando di un allievo per classe (da otto a nove, ricordiamo) serva un banco in più, una sedia in più, nell'aula di informatica serva un PC in più. La differenza coprirebbe abbondantemente la spesa, con 667 euro non ci comprerai un iMac o un banco d'oro massiccio, ma sono spese che fai una tantum. Al secondo anno già li hai.

Vabbè, tutto ciò per dire che cosa?
Niente, che ci lanciano là un dato e noi ce lo beviamo senza farci troppe domande, quando andando a vedere chi davvero beneficia di questi "pochi spiccioli" in barba all'art. 33 della Costituzione scopriremmo che quasi tutte le scuole sono cattoliche.
Non sarà, quindi, un altro bel regalino pubblico all'ospite scomodo, che già ci costa più di un miliardo di euro all'anno solo di 8x1000? Senza contare le esenzioni IMU, le bollette e le tasse che non pagano, gli stipendi dei sacerdoti e la pensione INPS dei medesimi.
Sì, paghiamo noi anche quella.

E allora, dico io, questa miseria di 23,5 milioni all'anno di contributo, non potrebbero dargliela loro?

Sarebbe senz'altro un bel gesto, ecco.



«La politica scolastica del partito clericale non può essere in Italia che una sola: deprimere la scuola pubblica, non far nulla per migliorarla e più largamente dotarla; favorire le scuole private confessionali con sussidi pubblici, e con sedi d'esami, con pareggiamenti; rafforzata a poco a poco la scuola privata confessionale e disorganizzata la scuola pubblica, sopprimere al momento opportuno questa e presentare come unica salvatrice della gioventù quella. Programma terribilmente pericoloso perché non richiede nessuno sforzo di lotta attenta ed attiva ma solo di una tranquilla e costante inerzia, troppo comoda per i nostri burocrati e per i nostri politicanti, troppo facile per l'oligarchia opportunista che ci sgoverna.»

(Gaetano Salvemini, Che cosa è la laicità (1907), in Scritti sulla scuola, in Opere, Vol. V, a cura di L. Borghi e B. Finocchiaro, Milano, Feltrinelli, 1969, cit., p. 891)

venerdì 3 luglio 2020

Morale della Fava.

Ora che il faro dei giornalisti è nuovamente puntato sulle aggressioni omofobe, torniamo a renderci conto che (se va bene) ne avviene una al giorno. L'ultima proprio ieri, a Vernazza. E l'altroieri a Pescara, dove i due uomini stavano semplicemente camminando mano nella mano. Insulti, minacce, schiaffi e pugni, violenze fisiche e psicologiche di ogni tipo, operazioni di branco (molto vigliacche) ai danni di persone che si fanno solo i fatti loro, quasi sempre di maschi a danno di altri maschi. Per lo scimmione alimentato a mojitos è la stessa cosa che accade agli etero, infatti è ben noto che se una coppia etero si bacia in piazza corre il rischio di essere presa a randellate, sputi e minacce. Salvini è un po' come quei suprematisti bianchi che si sentono minacciati dalle minoranze etniche, gente che non dormirebbe tranquilla nemmeno in un bunker antiatomico circondato da campi minati e trappole per orsi, pattugliato dall'esercito.
La cosa che deve consolarci è proprio questa: che hanno molta più paura loro, quelli che si asserragliano in casa temendo il diverso, lo "strano", l'extracomunitario, il frocio. Loro vivono una vita penosa, senza potersi godere un solo istante su questa Terra. E lo si evince da come puntano il dito incolpando tutti gli altri dei loro problemi: non trovano lavoro? Sicuramente è perché glielo hanno rubato gli immigrati. Non hanno una vita di coppia serena? Dev'essere colpa dei gay che diffondono la loro gaytà (o gaytudine) con le scie chimiche scombinando gli ormoni dei poveri e onesti eterosessuali dabbene. Sentono minacciata la loro mascolinità da una coppia che si tiene per mano... e se basta questo, lasciatemelo dire, devono avercene davvero pochina. Quanto deve essere debole la sessualità di un uomo che sente di dover menare un omosessuale per sentirsi più maschio? In psicologia dev'esserci un nome, una formula, una spiegazione tecnica. Ma possiamo tranquillamente azzardare l'ipotesi che chi agisce così non stia bene con sé stesso e con la propria sessualità, tanto da doverla continuamente dimostrare con urla e violenza. "Guardatemi, sono etero! Sono un UOMOVERO™, di quelli con la pancia e i peli del culo a treccine! Bevo sei birre prima di svenire, io! Mica sono una checca!" Questo atteggiamento infantile e retrogrado, figlio di un ambiente familiare altrettanto bigotto e reazionario, dovrebbe essere corretto col buonsenso dimostrato dalle istituzioni attraverso l'inclusione e l'estensione dei diritti (ma veramente, non con dei PACS zoppi del cazzo) e con la repressione della violenza mirata proprio a quel tipo di movente. Se il movente è l'omofobia (e lo è), serve una legge sull'omofobia. Non sulla stratogingillofobia, sull'omofobia. Che esiste e colpisce ogni giorno. P.S.: non date retta a Di Battista, siate orgogliosi e fieri di quel che siete e fatelo pure in maniera chiassosa, chi non vuol sentire si metta le cuffie e si guardi un bel comizio di qualche moralizzatore da quattro soldi.

La zebra col complesso di inferiorità

 La storia della letteratura è piena di frasi illustri, da Lev Tolstoj a Bertrand Russell passando per Johann Goethe, che esaltano la mente ...